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Neera

NEL SOGNO



CON DISEGNO DI G. SEGANTINI



MILANO, 1893

LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA E F. GUINDANI

Galleria V. E. 17-80


DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI

Tipografia Bernardoni di C. Rebeschini e C.



PARTE PRIMA


L'ASCETA.


"Signore Iddio, vi ringrazio. Siate benedetto, o Signore, nel vostro
splendore e nella vostra oscurità, nel bene che fate e nel male che
permettete, nella rivelazione e nel mistero, in questo mondo e
nell'altro, perché Voi solo sapete. Restino con Voi i cuori puri che
mai non conobbero i turbamenti del peccato; vengano a Voi i cuori
ardenti che la passione tormenta; accoglieteci tutti, mio Dio, nella
vostra misericordia."

Sulle ultime parole il prete, che già stava in ginocchio cogli occhi
rivolti al cielo, chinò la testa, e rimase lungamente assorto in
un'estasi mistica.

Era il tramonto, ed era la stagione più calda dell'anno.

A tanta altezza sopra i viventi il sole calava in uno sfolgorìo
immacolato di raggi, accendendo scintille sulle vette più sporgenti
dei ghiacciai, tracciando strisce purpuree sui fianchi delle montagne,
facendo luccicare a tratti i piccoli rivoli delle sorgenti discendenti
lungo le balze, nel fondo dei burroni, dove già nereggiava il mistero
della notte.

Fresca, purissima, imbevuta di aromi resinosi, l'aria traspariva in
mezzo ai boschi d'abete, e, aprendo spazi più chiari nelle chiome
vaporose dei faggi, ne faceva emergere i bianchi e ritti fusti
allineati colla grazia elegante e gracile dì un colonnato greco.

Fuori dei boschi, nei cespugli sparsi, nei licheni arrampicanti, nei
grossi ciuffi di rododentro, nelle ágavi, nelle ériche, nelle felci,
nelle macchie brune e sinuose del muschio, nell'atteggiamento rigido
dei rami delle brughiere si disegnavano ombre vaghe di persone oranti,
di braccia erette al cielo, come se dalla natura tutta venisse in
quell'ora e in quel luogo un irresistibile bisogno di preghiera.

Tornando ad alzare la fronte, il prete vide tutto ciò. Quei monti,
quel cielo, quegli alberi, quello spazio, erano da molti anni i suoi
amici, i compagni muti eppure intendenti del suo fervido innalzamento
a Dio. Con un placido sguardo egli abbracciò le vette fin le più
lontane, apparenti quasi nubi al disopra delle altre. Un profondo
sentimento d'amore, una parentela misteriosa lo univa a quei colossi
che dalla terra guardavano il cielo. Egli ne sentiva la invitta
potenza; amava la loro saldezza granitica, la purità dei loro marmi e
delle loro nevi. Una tenerezza figliale lo prendeva, man mano che
qualcuna delle vette scompariva nella oscurità; si sarebbe detto che
egli voleva accarezzarle come si accarezza una testa adorata a cui il
sonno sta per chiudere gli occhi.

Nessuna melanconia si mesceva a questo saluto che il solitario dava
tutte le sere ai suoi monti; nessuna preoccupazione terrena, nessun
timore per il domani. Semplice e calma, la sua anima riposava nella
natura di cui gli era penetrata in tutte le fibre la placidità
maestosa. Non come uomo perduto in un deserto, ma come simile, vivente
fra i suoi simili, egli intendeva il silenzio dell'ombra.

Il raccoglimento degli alberi, il cadere del sasso, il quasi
impercettibile spostamento dei rami, dei sottili fili d'erba al
passaggio di un insetto, gli riempivano il cuore di una dolcezza
traboccante; per cui la sua preghiera era spesso accompagnata da altre
piccole preci, da slanci di riconoscenza e d'amore, da un tenero
delirio e da una compenetrazione così intima della bontà e della
grandezza di Dio che lagrime di consolazione gli scendevano dagli
occhi, e, trovandosele poi sulle mani e sugli abiti, egli non sapeva
più se fossero le lagrime proprie o la stessa rugiada che cadeva dal
cielo sui fili d'erba e sugli insetti.

Mormorò a bassa voce: "L'invisibile si è rivelato a me, io sento la
voce della solitudine." Poi si tolse d'in sui ginocchi e stette ritto
colle braccia conserte.

Era una piccola figura d'uomo, molto delicata: e, ad onta che la vita
all'aria aperta gli avesse abbronzata ed incartapecorita la pelle,
nelle cavità fra il naso e le guancie, sotto gli occhi, sui polsi gli
biancheggiava la trasparenza degli asceti, ed il profilo che
staccavasi con una assoluta assenza di pastosità in una linea
d'acciaio, la bocca sottilissima, immateriale, gli davano una
somiglianza perfetta coi santi più conosciuti del martirologio
cristiano.

Vestiva una tonaca informe di lana bruna sciolta ai fianchi e cadente
sopra un paio di rozze scarpe allacciate a mo' dei sandali antichi con
striscioline di cuoio. La testa era nuda, cinta da pochi capelli
lunghi e svolazzanti dietro l'orecchio, col segno della sacra tonsura
ancora visibile benchè da parecchi anni sconosciuta al rasoio.

La sua età appariva incerta. Come tutti coloro che sono assorti in un
mondo superiore, sembrava sfuggire alla legge comune della vecchiaia.
La sua età era quella di chi ama e di chi crede.

* * *

Nato nei campi, nutrito fin dalle fascie dell'ossigeno dei monti,
cresciuto insieme agli uccelli, alle farfalle, ai fiori, egli non
aveva mai saputo staccarsi dalla sua patria naturale, e, quando era
stato il momento di scegliere il suo posto nel mondo, gli parve che
nessuno potesse soddisfare meglio i suoi desideri che quello di una
adorazione continua al divino Fattore.

Sorgere col sole del mattino, schiudersi colla gemma e colla
crisalide, olezzare col petalo, lavorare coll'ape, combattere col
vento, gemere colla fonte, meditare col sasso, fremere col bosco,
alzarsi coll'allodola e piegare al tramonto calmo e solenne cantando
le lodi di Dio: ecco il suo ideale.

Fu prete a vent'anni. Nè lotte, nè ostacoli si frapposero al
compimento della sua vocazione.

Egli tese le sue ali d'angelo, e passò dal mondo dell'innocenza a
quello della penitenza, senza toccare il fuoco. L'anima sua, monda di
terrene passioni, poteva appropriarsi il detto dell'apostolo: "La
grazia comincia dove è spento l'orgoglio e quando l'uomo si è vuotato
di sè, allora solo si riempie della sapienza."

Vuotato di sè egli era fino all'ultimo punto; la sua persona non gli
apparteneva che a guisa di un abito tolto a prestito, e similmente
considerava tutti gl'interessi degli uomini. Soleva ripetere con
grande compunzione la teoria di San Tommaso:

"Nell'universo ciascuna creatura è per la sua perfezione; le creature
più ignobili sono per le più nobili, onde quelle che stanno al di
sotto dell'uomo devono servire l'uomo; poi tutte le creature sono per
la perfezione dell'universo, e infine tutto l'universo tende a Dio
come a suo fine."

Questo scopo della perfezione lo investiva di un ardore continuo, lo
traeva agli eccessi. Egli andava a cercare i miserabili nelle loro
tane più infette, divideva con loro il suo pane e si coricava al loro
fianco.

Egli visse a lungo coi beoni, coi ladri, cogli appestati, cogli atei;
passò quale meteora nei covili infesti del vizio e del delitto;
predicò la sua parola d'amore e di pace sui trivii dove le più sozze
vendette si compivano in tragedie di sangue. Passò inascoltato, puro e
disilluso, ed andò a portare la sua fede ardente in altri luoghi.

Egli volle conoscere il mondo dei felici che, non avendo nessuna
lotta, nè di denaro, nè di sensi, nè di ignoranza, parevano i meglio
disposti ad accogliere la grazia; ma anche qui naufragò nei gorghi più
crassi del materialismo e della indifferenza. Le divine parole
"ciascuna creatura è per la sua perfezione" sembrava che si fossero
arrestate alla soglia di quel tempio di egoisti. Non vi erano fra loro
creature nobili, nè ignobili, ma solo una massa uniforme e compatta di
pilori e di ventri.

Andò, andò ancora, cercando con ansia amorosa là dove la fede gli
indicava più sicuro tabernacolo ai suoi ideali, e fu l'ultimo, il più
terribile dei disinganni.

Allora, afflitto, non scorato; misero, ma non solo, poichè Dio era nel
suo cuore, si ridusse all'unica adorazione del Creatore, rimettendo a
Lui, che guida la caduta delle foglie, anche la salute degli uomini.
Calmato così di ogni sete terrena, il suo misticismo si rivolse tutto
alla contemplazione.

* * *

Fu allora che incominciò a vedere angeli erranti nell'accavallamento
delle nubi, schiere di cherubini sui prati quando saliva la nebbia, e,
se l'arcobaleno cingeva i monti, si buttava in ginocchio in preda
all'estasi, tendendo le pupille verso le vette dove gli sembrava di
scorgere profetiche parole scritte in lingue di fuoco.

Se dall'estasi religiosa passava all'umiltà della vita quotidiana, in
ogni atto, in ogni detto portava una tale astrazione dal reale che ben
presto vennero a parlare di lui come di un fenomeno, come di un essere
vivente in sogno.

Aveva in quel tempo cura d'anime in un povero paesello, di cui egli
era anche il più povero abitante; ma starsene scalzo sulla soglia
della sua casetta, mangiare radici, rattopparsi da sè i propri abiti,
non gli parevano cose contrarie alla sua divina missione.

Senonchè il fervore ascetico cresceva fuor di misura; già egli non
beveva neppure una goccia del vino consacrato, avendo per il vino una
ripugnanza da isterico, e meglio, quella santa mortificazione del
palato che, pari a S. Girolamo, gli avrebbe fatto sorbire senza
accorgersene, olio per acqua. Di più si prese a vociferare che, nel
suo stato continuo di rapimento, gli accadesse di compiere il suo
parco asciolvere, consistente in una cipolla o in poche foglie
d'insalata, prima di celebrare la messa.

E, a proposito della messa e delle altre funzioni domenicali, la sua
condotta si faceva sempre più stravagante. Egli si rifiutava
all'obbligo fisso della domenica, dicendo che tutti i giorni
appartengono al Signore, e non si deve dedicare un giorno solo a chi è
padrone dei secoli. Ma in tutte le stagioni, con tutti i tempi, i
lavoratori se lo vedevano comparire davanti, ed inginocchiato in mezzo
all'erba accompagnare l'opera dei campi con cantilene soavi e tenere o
con inni ardenti di fede.

Una volta, mentre predicava in chiesa nell'occasione di una lunga
siccità che minacciava di abbruciare tutte quante le messi, vide
attraverso le finestre annuvolarsi il cielo e sui vetri cadere fitti
fitti i primi goccioloni di una benefica pioggia.

Trasportato di riconoscenza, scese dal pulpito, e colle braccia, e
colla voce e coll'esempio traendosi dietro la folla dei fedeli, li
schierò tutti fuori del tempio, in aperta campagna, facendo loro
ammirare la bontà della Provvidenza, e invitandoli a cantare nel pieno
trionfo della natura il trionfo di Dio.

Dopo quel giorno, gli rimase l'abitudine delle prediche sotto il
cielo.

Nei caldi meriggi dell'estate specialmente, egli raccoglieva i suoi
parrocchiani all'ombra maestosa delle quercie e, umile in mezzo agli
umili, parlava loro da fratello a fratelli, usando il dialetto
famigliare a tutti, evitando le citazioni, servendosi della parola del
Signore nella sua forma più umana per poter giungere fino all'ultimo
dei cuori, fino al piccoletto cuore dei fanciulli a cui egli
permetteva di trastullarsi intorno a lui.

Un forestiero, capitato a sentire una di queste prediche, se ne mostrò
scandalizzato, e osò dirgli apertamente che vi era una casa consacrata
alla preghiera e che questa casa era il tempio.



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