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Text on one page: Few Medium Many
Non sarò mai gelosa del tuo passato.

--Non c'è di che--risposi, senza domandarle per quale ragione fosse
venuta a dirmi questo.

--Tutti gli uomini,--ella riprese,--affermano così, sul punto di
sposare. È un'ipocrisia che ormai non inganna nessuna ragazza. Potreste
farne a meno. Se io fossi un uomo, sarei più sincero.

--Sono sincerissimo.

--No, non mentire. Si capisce; la vita di un giovanotto è molto diversa
da quella di una di noi. Forse dev'essere così; almeno è convenuto--la
legge l'avete fatta voi--che debba essere così.

--Ma chi ti ha detto queste sciocchezze?

--Non mi cedere un'ingenua, una puppattola. In collegio apprendiamo
tante cose. E poi, abbiamo occhi per vedere, orecchie per udire. Non ti
dispiacerà se parlo in questo modo.

--Niente affatto.

--Mi basta che tu sappi che per me il tuo passato non esiste. Io non
frugherò nei tuoi cassetti per trovarvi qualche letterina dimenticata di
stracciare o di bruciare. Non vorrò mai sapere se hai amato altre donne
e quante e come. Saprò scancellare, m'ingegnerò di scancellare ogni loro
traccia dal tuo cuore. Da ora in poi però.... starò vigilante su la
soglia di esso perchè nessun'altra vi penetri.

--Potrai risparmiarti di vegliare--risposi prendendole una mano e
stringendogliela forte.--E in quanto al passato, vivi tranquilla. Sono
stato una ben misera creatura, per tante ragioni; e tu puoi varcare la
soglia del mio cuore senza timore di incontrare là dentro tracce di
altre donne.

Mi guardò, sorridendo un po' incredula, scosse il capo e soggiunse:

--Male! Male!

--Perchè?

--Sara diceva....

--Chi è questa Sara?

--Una delle mie amiche di collegio. Diceva: Non ci è niente di peggio di
un marito che non ha già fatto vita--si esprimeva così.--Vorrà cavarsi
il gusto dopo, appena....

--Ma....--la interruppi,--in collegio vi occupavate di questi soggetti?

--Riguardano il nostro avvenire. Come vedrai, così io non sarò una
moglina seccante. Il passato.... è passato. Nessuno di noi ha alcun
diritto su di esso.

La guardai con tale espressione di stupore, che Fausta capì subito quel
che mi spuntava nella mente.

--Oh, non parlo per metter le mani avanti, per interdire a te di
ricercare, no! Nessun amoretto, neppure per chiasso. Voialtri non potete
immaginare quanto si diventi serie in collegio. Ci sono anche là le
sventate, le romantiche, le sentimentali; poche; e vengono messe in
ridicolo. Quella vita così apparentemente segregata ci rende riflessive,
positive. Ognuna mette in comune il suo mucchietto di esperienza, e ne
formiamo un bel cumulo. Io ero la più sprovvista: una sciocchina. Non
sapevo niente, mi maravigliavo di tutto: del poco bene e del molto male
di cui sentivo ragionare dalle altre. Avevo però intelligenza svelta, e
intendevo spesso più in là che l'altre non intendessero o fingessero di
non intendere.--L'una parlava del babbo, l'altra della mamma; questa del
fratello, una quarta del cugino; e poi degli estranei, delle famiglie
amiche e conoscenti.... Quanti dolori, quante stoltezze, quante
brutture! Ed esclamavo, spaurita:--Dunque la società è fatta così?--Mi
confortavo riflettendo che i miei non somigliavano punto a tutta quella
gente. Roberto però--Sara lo sapeva, sapeva ogni fatto altrui quella
Sara!--Roberto non ha operato diversamente da quei fratelli e quei
cugini.... Tutti a un modo!--conchiudeva Sara. E perciò ho pensato:
Anche Dario dunque!

--Dario, no,--risposi sorridendo.--Il tuo Dario ha questo di buono.... o
di cattivo--chi lo sa? Prende la vita seriamente, troppo seriamente,
forse.

--Non mi dispiace. Sai? Le ragazze oggi rifuggono dai giovani leggeri,
superficiali. Roberto mi ha detto che tu sei appunto uno dei pochi che
prendono la vita seriamente. Come sono contenta di aver avuto occasione
di dirti questo, prima di essere legati per sempre!

--Grazie, Fausta!

E le baciai rapidamente la mano.

--Eccoci!--ella rispose alla chiamata del fratello.




XIII.


Quel mese da noi passato a Villa Fausta--mia madre mi aveva suggerito di
ribattezzarla così--lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno,
quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi
fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza
della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella
strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.

Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome
della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza
trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria.
Allora--lo seppi assai dopo--egli temeva di perdermi; e ogni visita era
una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il
rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.

Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e
la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo
che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove
impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni
infantili.

Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le
stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.

La mia trepidanza era straordinaria.

Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso
della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla
benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno
un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono
d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da
bestia, non da uomo.

Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita
o l'amore soltanto,--giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da
lei,--ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino,
che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con
sottilissima pena.

--In ugual modo,--pensavo,--deve turbare e agitare l'idea di sentirsi
vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere
infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi
con nuove apparenze nel creato!

Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo
interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti,
alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso.
Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo
di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e
creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei
momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla
spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse
mescolato all'atto supremo.

Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale
convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto
dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono,
avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e
mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la
loro purezza e la loro intensità.

E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso,
appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo
all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della
villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!

Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che
rallegra la terra tutte le mattine.

Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di
verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le
cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di
freschissime rose.

Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con
atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio,
sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in
seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!

Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava
probabilmente....

Ah!

Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di
tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal
cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi
sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e
che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero
proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!

La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non
sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente
all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna,
ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il
sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle
primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà
superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo
anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio
sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi
intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.

Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale
colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati
come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove
gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore
delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe;
e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con
ansia, vedendoci ritardare insolitamente.

Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:

--Che fai? E l'arte?... Ne hai smesso ogni pensiero?

E mi dava la lieta notizia:

--Lavoro a un romanzo.

--E tu, non hai scritto niente?--mi domandò Fausta.--Hai studiato tanto!
Non t'impedisco io, è vero?

--Ho qualcosa di meglio da fare!--risposi.

--Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la
copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa
modestia.

--Roberto s'inganna.



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