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Text on one page: Few Medium Many
Dario! Non ti riconosco, figlio mio! È forse colpa di Fausta?
Tua? Della bambina? Io che sono una povera donna quasi ignorante dico:
Il Signore ha voluto così! E mi rassegno alla sua volontà. Questo per te
non vale. Se c'è però una legge, se c'è un ordine nelle cose che nessuno
di noi può mutare, la tua ragione faccia quel che fa in me la fede in
Dio. Il bambino che tu desideravi, che tu attendevi con inconcepibile
certezza, verrà dopo; e forse sarà meglio.... Sii uomo, Dario! Che dovrà
pensare Fausta non vedendoti accorrere da lei? Appreso che era nata una
bambina, ella si è sentita mancare, pensando a te.--Oh! Dio! Oh!
Dio!--ha esclamato desolatamente; non aveva forza di piangere; faceva
pietà. Vieni, Dario!... Ma ricomponiti. Nel suo stato la uccideresti, se
le facessi scorgere questa irragionevole disperazione. Sii uomo! Sii
uomo, Dario!

--Tua madre ha ragione,--soggiunse Bissi, scuotendomi per un braccio un
po' rudemente.

Mi rizzai, trassi un lungo respiro, stringendo i pugni, chiudendo gli
occhi, facendo stridere i denti: poi, riscossomi, gettai le braccia al
collo di mia madre, quasi singhiozzando:

--Mamma, perdonami! Mamma!

--Ti comprendo, Dario. Ma che cosa possiamo farci? Non c'è rimedio.

Oh! Nessuno poteva comprendermi. Per tutti gli altri, l'immenso mio
dolore doveva apparire, più che esagerato o artificiale, stranissimo,
quasi confinante con la pazzia. Era tale davvero; lo riconosco ora, dopo
molti anni. Allora però niente mi sembrava tanto ragionevole quanto quel
che io chiamavo il miracolo. Esso non doveva venir fuori dalla
sospensione di certe leggi della Natura, ma dalla intelligente
coordinazione di queste a uno scopo determinato.

E la mia vanità mi lusingava che io avessi già adempito a quella
intelligente coordinazione. La delusione perciò era tale, che mi
sembrava di non poter più vivere, quasi si fosse addensato fittissimo
buio intorno a me, quasi mi si fosse aperta davanti una profonda
voragine che niente avrebbe potuto colmare.

Eppure ebbi la forza di comporre il mio aspetto a serenità, di dare alla
voce un accento di dolcezza, di spiegare insomma una arte di finzione
per la quale credevo di non avere nessun'attitudine.

La camera era ancora sossopra. Fausta, sorretta da un mucchio di
guanciali, pallida, con gli occhi infossati e i capelli in disordine, mi
accolse atteggiando le labbra a un sorriso dubbio che pareva chiedesse
scusa e nello stesso tempo volesse confortarmi.

La vista della bella creatura sofferente mi die' uno slancio di pietà.
La presi delicatamente per le mani, la baciai, e con voce ferma e
carezzevole le dissi:

--Sii calma.... Sarà per un'altra volta. Possiamo attendere. Sii calma.

--Grazie, Dario!--rispose commossa, con gli occhi improvvisamente gonfi
di lacrime.--È là,--soggiunse, additandomi la neonata che riposava,
coperta da un velo, sur un guanciale a pie' del letto.

Mia madre la sollevò con cautela, per non svegliarla, e me la
presentò.... Un mostricino roseo, affogato fra le trine della cuffietta
e dello scollo della veste, dalle cui maniche, ornate di merletti,
venivano fuori due manine coi pugni chiusi, del color del sangue. I
lineamenti sembravano fluidi, inconsistenti, quasi le carni non avessero
ancora avuto tempo di raffermarsi. Dalla cuffietta scappavano fuori
alcune ciocchettine di capelli biondissimi; le sopracciglia si
confondevano col roseo della fronte; le labbra erano pavonazze.

Ebbi un senso di repulsione, ma lo vinsi subito e mi inchinai a baciarla
sfiorandola appena.

--Tra poche ore non la riconoscerai,--disse mia madre.

La bambina si agitò, aperse gli occhietti grigi e mosse le manine.

--Ti guarda, Dario!

--Vedrà come sarà bella domani,--soggiunse la levatrice che assisteva la
puerpera.

--Ti guarda, Dario!--replicò Fausta.

E c'era nella sua voce un invito, un'implorazione che mia madre capì
meglio di me, alzando la bambina, perchè la baciassi di nuovo.

Sentivo un inatteso turbamento davanti a quell'esserino, sangue del mio
sangue, carne della mia carne. Non era rancore, ma non era neppure
gioia, soddisfazione, compiacimento del nuovo fiore di vita non ancora
compiutamente schiuso, avviluppato dalla inconsapevolezza che guardava
senza discernere come scorgevo dalla pupilla non schiarita e dai
movimenti, vaghi, annaspanti, dei minuscoli ditini.

E fui lieto che mia madre la riponesse sul guanciale e tornasse a
ricoprirla col velo.

--Le vorrai bene, Dario?--domandò Fausta, esitante.

--Quanto gliene vorrai tu.

Ella spalancò gli occhi e sorrise con tale espressione di felicità, che
io non potei difendermi da una punta di rimorso per averle mentito.

--La signora ha bisogno di riposo,--fece la levatrice.

--Resta ancora un po', Dario! Resta anche tu, mamma!

--Per ora qui comanda lei,--rispose mia madre, accennando alla
levatrice.

Si era forse accorta di quel che cominciava ad accadere dentro di me per
la violenta costrinzione impostami e volle impedire che Fausta
finalmente indovinasse?

Avevo il cuore gonfio. Sentivo per tutto il corpo un fremito che sarebbe
scoppiato in un nuovo eccesso di disperata indignazione, se non ne
avessi avuto terrore; e non mi fosse venuta l'idea di sviarlo pregando
Bissi di leggermi altri capitoli del suo romanzo.

Egli mi guardò stupìto, e accondiscese col gesto compassionevole di chi
si presta ad appagare il desiderio di un malato.

Oh, la strana sensazione di quella lettura! Le parole mi penetravano
nell'orecchio perdendo il loro preciso significato, diventando suoni
musicali soltanto, che la voce del mio amico modulava con inflessioni
ora rapide, ora soavi e lente, ora gravi e solenni, in una specie di
melopea da cui venivano acchetati e quasi addormentati i miei nervi
senza affaticare la mente. Avrei voluto che con la lettura tutta la mia
vita avesse continuato a durare in quell'indeterminatezza, in quel
fluire indefinito che mi portava via con sè lontano, lontano, con
lassezza da dormiveglia dolce e triste, con un senso di benessere che mi
dava ineffabile ristoro. E quando la voce del mio amico a poco a poco,
secondo la drammatica situazione di un dialogo di amore, si abbassò di
tono, si affievolì e si smorzò nell'unisono di un sospiro dei due
amanti, mi parve che qualche cosa si arrestasse dentro di me.

--Non mi dici niente?--domandò Bissi, dopo alcuni istanti di silenzio.

Dispiacente di dover mortificarlo confessandogli la mia involontaria
distrazione, balbettai poche e sciocche parole ammirative, incapace
com'ero di precisar meglio le mie impressioni.

--Hai voluto fare un gentile sacrifizio,--egli disse.--Te ne sono grato.
Non era il momento più opportuno; capisco lo stato dell'animo tuo. E se
in qualche modo ti ho giovato....

--Non so esprimerti quel che ho sentito. Avevo bisogno di perdere la
coscienza di vivere.

Mi levai da sedere, ripreso dalla dolorosa rabbia della mia delusione, e
mi misi a passeggiare agitato pel salotto, strizzando le mani, con
l'immagine davanti agli occhi di quel mostricino mezzo affogato fra le
trine della cuffietta e i merletti della bianca veste che Fausta aveva
cucite con tanto amore, destinate a quell'altro, al desiderato, al non
arrivato e che forse non sarebbe arrivato mai più! Bissi non osava di
dirmi una parola di conforto.

Così passarono parecchi giorni. Entravo per pochi minuti, due, tre volte
il giorno nella camera di Fausta, ripetendo lo sforzo di costringimento,
senza sentirmi commovere dalla vista della creaturina attaccata al seno
della madre beata di sentir scorrere abbondante nella bocchina, che
suggeva il capezzolo, l'affluenza del latte.

--Se tu sapessi com'è ghiotta!--diceva.--La mamma mi raccomanda di non
avvezzarla male; di allattarla a ore determinate, sempre le stesse; ma
io appena la sento piangere, non resisto. E sembra che lei lo sappia, la
cattiva!

Se la stringeva al cuore, se la divorava dai baci; e vedendomi restar
là, freddo, quasi annoiato--non mi sforzavo più di frenarmi, di
dominarmi--soggiungeva rimproverandomi indirettamente:

--E per ciò il babbo non le vuol bene e non l'accarezza e non la bacia!

--I baci sformano il viso dei bambini; non dovresti baciarla neppure tu!

Protestò baciucchiandola con maggiore vivacità.

Finchè Fausta era restata a letto, ed io avevo avuto la distrazione
della compagnia di Bissi, l'irritazione che mi sconvolgeva l'animo per
la delusione sofferta aveva trovato facili momentanee diversioni.
Rimanevo però sotto il tormento durante la insonnia in quelle tiepide
notti di maggio che spesso passavo alla finestra, fumando, con qualcosa
somigliante a un chiodo calcato da crudelissima mano in mezzo alla
fronte, e che a poco a poco mi produceva tale stordimento da farmi
guardare, senza distinguer nulla, le case, la campagna, i monti lontani,
annegati nella diffusa luce lunare, e smarrire in torbide regioni dove
la facoltà di pensare rimaneva offuscata e quasi annullata. Allora
l'alba mi sorprendeva alla finestra, un po' intirizzito dalla brezza
notturna, con le braccia indolenzite dalla posizione in cui erano
rimaste per tante ore, con grave spossatezza intellettuale, quasi la
mente avesse fatto, nei più chiusi recessi del cervello, un intenso
lavorìo di cui non mi rimaneva coscienza; e mi mettevo a letto per
alcune ore a dormire un sonno agitato, interrotto da sussulti, e pieno
di sogni che finivano in incubi affannosi.

Un pomeriggio Bissi entrava nel mio studio col viso raggiante di gioia.
Il suo romanzo era stato accettato dal direttore di un giornale
quotidiano che lo avrebbe pubblicato prima nelle appendici di esso e poi
in volume. Ma più che di questa insperata fortuna, egli era lieto
dell'anticipazione concessagli, che gli permetteva di restituire le
mille lire dategli da me due anni addietro.

--Questo non era nei nostri patti--gli dissi.--Dovevo essere io il tuo
editore. Ti prendo in parola per un altro romanzo.

--Grazie,--rispose.--Sono solo; lo stipendio mi basta. Ti costituisco
mio banchiere. Se avrò bisogno di quattrini, mi rivolgerò a te.

--Ora sai la via della mia casa; troverai sempre la tua camera.

--L'occasione non mancherà.



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