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Text on one page: Few Medium Many
La ho davanti agli occhi,
dopo tanti anni, fissata nella memoria dall'iroso dispetto che in quel
momento mi rendeva più avverso a colei della cui pietà mi sentivo
offeso, quasi al danno fattomi ella osasse di aggiungere ora anche lo
scherno.

Ma ella insisteva:

--Rispondi, Dario: a che scopo?

--Tu e mia madre,--feci cupamente,--dovreste lasciarmi covare il mio
dolore, non occuparvi di me, tollerarmi se vi riesce. Ho fatto di tutto
per nascondervelo. Passerà, forse, come passa ogni cosa in questo mondo.
Mi sento però mortalmente colpito.

--È mai possibile, Dario, che un uomo come te si lasci abbattere dal
crollo di una fantasticheria?...

--Era l'unica ragione della mia esistenza!

--Come sei spietato, Dario!

--Non vuoi tu che non finga, che non mentisca?

--Vorrei pure ben altro da te: uno sforzo, uno scatto di virilità, un
impeto di resistenza.

--Non sono mai stato giovane. Non sono mai stato neppure fanciullo. Il
mio triste destino è cominciato a svolgersi fin dalla culla. Mia madre
mi ha visto crescere con lungo stento. Mio padre, un forte, aveva quasi
sdegno di me. Forse, se egli fosse vissuto ancora, mi avrebbe
risparmiato di commettere lo sbaglio che contrista te e mia madre. Io
avrei dovuto vegetare e morire come una di quelle gracili pianticine
selvatiche che non si sa perchè nascano, che non fanno fiori, che non
danno frutto, che il sole inaridisce o il vento strappa alle rocce dove
han trovato quasi un rifugio....

--T'inganni, Dario!

Mi prese per una mano, attirandomi. Ebbi la durezza di svincolarmi.

--Ero venuta da te con tanta gioia,--ella continuò dolorosamente,--con
tanta ferma risoluzione di sollevarmi fino alla tua altezza e riuscire
di esser degna del tuo nobile affetto. Ah, se allora, avessi saputo che
tu avresti preteso da me l'impossibile, quel che nessuna volontà, nessun
estremo sacrificio mi avrebbe mai concesso di darti!... E tu mi porti
rancore di questo, come di una colpa, volontariamente commessa, come di
un vilissimo tradimento.... Non dire di no!... Ne ho pianto in segreto,
per non affliggerti di più. Tua madre ed io vorremmo confortarti,
consolarti, e non sappiamo come. Abbiamo quasi paura di te noi due
povere donne che daremmo volentieri la nostra vita per renderti felice.

--Paura di me?

--Non sdegnarti, se non so esprimermi bene. Son tante settimane che
avrei voluto dirti quel che finalmente ti ho detto oggi. Tua madre mi
consigliava:--Lascialo stare! Se sapesse il male che ti fa, diverrebbe
più intrattabile, non per cattiveria.--è buono, immensamente buono--ma
per vedersi ridotto suo malgrado a far del male a qualcuno.--Ed io
invece ho pensato: E perchè devo permettere che egli inconsapevolmente
mi faccia del male? Mi sarà grato di averlo avvertito; dovrebbe essermi
grato! Per questo ho disobbedito alla mamma. Ne sono punita! Dunque tra
te e me non c'è più niente, niente oltre il legame civile e religioso
che ti è divenuto pesante catena?

--Oh, Fausta! Me ne fai accorgere ora tu; non mi è passato per la mente
neppure un istante in questi miserrimi mesi! Perchè non hai taciuto?
Perchè hai voluto rendermi più infelice? Ero così sopraffatto dal mio
dolore che non mi preoccupavo punto del dolore degli altri!... Quel mio
sogno distrutto....

--Possiamo riprendere e sognarlo. Sarebbe così bello, così dolce! Non mi
dicesti un giorno: Sarà per un'altra volta; possiamo attendere?

--Non spero più! Certi sogni non si risognano!

--E dovremo vivere come due estranei che si sono incontrati
accidentalmente per via?

--Voglio essere più forte del mio destino. Voglio vincere la brutalità
del caso. Voglio aver l'orgoglio di proclamare: Non mi son sottomesso!

--Sottomesso a chi? A tua madre? A me?

--Vedi? Non mi comprendi!

Potevo dire: C'è qualcosa di peggio di quel che tu immagini?

E per sfogare tutta l'acredine che mi sentivo nel cuore, mi misi a
calpestare furiosamente le erbe e le pianticine fiorite che smaltavano
il suolo. Due lunghe lacrime rigavano le guance di Fausta. Ed io godei
che ella piangesse!

Tornavamo verso la villa come due sconfitti, uno dietro all'altro.

--Non contristare la mamma, facendole sapere quel che è avvenuto tra
noi.

--Non dubitare,--risposi un po' scosso dall'accento supplicante di
Fausta. Avrei voluto aggiungere qualche parola cortese se non
affettuosa; ma mi si fermò a mezza gola.

--E i fiori?--ci domandò mia madre, venendoci incontro.

--Non ne abbiamo trovati,--si affrettò a dire Fausta.

E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava,
con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.

La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante
la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.

--Non ha pianto,--ella disse rivolta a Fausta.

Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il
mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella
mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.

--Povera piccina!--mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che
ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia
madre.

Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte
di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto
che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia
tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio
convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva
ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel
che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era
tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo,
un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione
ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze
accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice
tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non
m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato
il divieto fatale!

Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime,
di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita
di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di
farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per
concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E
tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano,
secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione,
della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano,
come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza
intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta
la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva
indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla
felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.

E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il
mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la
sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.




XVII.


Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver
potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli
occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti
idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che
pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi
una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio
di sentimento.

E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza
alla morte della mia bambina.

Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva
Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.

Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più
pronta l'assistenza del medico.

Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti
al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse
impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i
consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.

--Ti ammalerai anche tu!

--Non importa,--rispondeva.--Voglio far guarire mia figlia, anche a
costo della mia esistenza!

E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter
perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza
di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima
madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:

--Grazie!

--Le dia coraggio lei che è un uomo,--egli soggiunse.--Il disastro può
accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora
Maria?

--Si, sì!

E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le
parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche
giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva
nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel
rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a
lei. Non le avevo detto un giorno:--Possiamo attendere?--Avevo
dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non
riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.

Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e
fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si
scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile,
Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le
offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure
commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle
cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò,
lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a
trovare parole di conforto per me.

--La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non
ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!...
Dobbiamo salvarla!... Non mi rispondi, Dario?

Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue
strazianti parole.

Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per
impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!

Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così
feroce, di cui ho orrore ricordando.

Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola
cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di
fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa
commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto,
sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.

--Fausta!



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