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Text on one page: Few Medium Many
Non so spiegarmi come mai
l'organismo umano possa reggere il tormento dell'ossessione di un orrido
insistente inevitabile pensiero, senza che vi si produca una lesione al
cervello, o un disordine nelle più delicate funzioni vitali.

Una mattina, su la terrazza, mentre assistevamo armati di cannocchiali
alle manovre militari che si svolgevano su la collina lontana, e nella
sottostante pianura, Fausta die' un piccolo grido.

--Che cosa è stato?

--Niente!

Ma i suoi occhi brillavano di allegrezza, e le sue guancie si erano
improvvisamente imporporate. E, dopo breve pausa, mi sussurrava in un
orecchio:

--È arrivato!

--Chi?

--Il Sospirato, l'Atteso!

--Possibile? Senza che nessun sintomo lo abbia preannunziato?

--Qualcuno, sì; ma l'ho taciuto, temendo di ingannarmi.

--E ora?

--L'ho sentito agitare!... Sono certa.

--E ti senti bene?

--Benissimo. Nessuno dei fastidi della prima volta. Non sei contento?

--Sì.... Mi sembra però....

Ero atterrito appunto da quella quasi completa assenza di sintomi. Che
giorni! Che settimane! Che mesi! E la povera vittima sorrideva! E si
sarebbe detto che la Natura volesse darle il compenso d'una salute
eccezionale, e anche d'una bellezza eccezionale! Mai Fausta non era
stata così bene, così florida come in quegli ultimi mesi di gestazione
che mi tenevano attanagliato da un'angoscia senza nome, perchè dovevo
nasconderla a lei e a mia madre, fingendo un'allegria quasi più penosa
dell'angoscia che voleva celare.

Ancora un mese, e avrei saputo che la speranza ci aveva ingannati! In
quei giorni mi arrivava il nuovo romanzo di Bissi con la dedica
affettuosissima a Fausta e a me, augurando che il bel sogno dei nostri
cuori diventasse anche più bello nella realtà. Leggendo queste parole mi
ero sentito salire le lacrime agli occhi. Fausta, oltre che per
l'augurio, era felice di veder stampato il suo nome in testa al lavoro
d'arte di un amico già consacrato dalla gloria. Diceva che
quell'augurio, ripetuto a migliaia di pagine, letto da migliaia di
occhi, e forse pronunziato ad alta voce da migliaia di bocche, non
sarebbe rimasto augurio vano. E me lo ripeteva spesso, con espressione
di birichineria bambinesca che mi faceva tremare di pietà.

--Eh? Che il bel sogno dei vostri cuori.... diventi anche più bello
nella realtà!... Più bello! Capisci?

Aveva divorato il libro, segnando molte parti che le sembravano quasi
scritte per me.

--Senti,--rileggeva con enfasi:--«Tentando d'intravedere l'avvenire,
l'uomo spesso dimentica la bontà del presente, e si stima
infelice».--Senti: «Amare è quasi niente, se non s'intende e non si
apprezza in che modo e fino a che punto ci corrisponda il cuore della
persona da noi amata».

Ho sotto gli occhi le pagine segnate dalla sua mano col lapis bleu; e mi
par di scorgere, dalle linee diritte, vibrate o ondulanti, sui margini,
il sentimento che ha prodotto il gesto e la traccia del segno; qualcosa
che vive ancora là dopo tanti anni, e non potrà più sparire.

La lettera di ringraziamento che Fausta scrisse a Bissi era un
capolavoro di grazia e di finezza epistolare; tra le altre cose
gli diceva: «Ho gradito l'onore della sua dedica quanto il
cordialissimo augurio, e significa: immensamente. Ma forse esagero
un po': per l'augurio vorrei trovare una parola che vada più in là
dell'immensamente; la cerchi lei per conto mio. Quando lo riavremo
ospite nostro? Venga a convincersi che il suo romanzo non è
soltanto un bellissimo libro, ma un vero porta-fortuna».

Povera Fausta!... Neppure un momento di dubbio mi parve che la turbasse
in quegli ultimi giorni. La vedevo andare incontro al destino come una
vittima coronata di fiori. Ne profondeva in ogni stanza, specialmente
nel suo salottino, spargendoli fin per terra con strana soddisfazione.
Diceva di voler così infiorare la via all'Atteso, al Nascituro; pensava
di ridurre la culla una cesta di fiori, tra cui doveva riposare e
dormire il fiore più bello e più raro, Colui che in quegli ultimi giorni
la faceva soffrire come non aveva mai fatto durante la gestazione.

E una settimana dopo!...

Mi buttai ginocchioni, davanti a la sponda del letto, baciando la sua
mano esangue, quasi fredda per l'invadente gelo della morte.

--Perdonami, Fausta! Perdonami!--balbettavo convulso, senza lacrime.

Ebbe la forza di sorridere e di agitar le labbra, per parlare.

--Addio!... Muoio.... contenta!

Quasi fievole suono di voce che arrivava da lontano, dal confine
dell'ignota regione dove ogni esistenza va a perdersi.... E subito un
travolger di occhi, un impietrarsi delle pupille, un lieve sussulto....
e poi nient'altro!

Il doppio gran sacrificio, della madre e della creatura, era compiuto!

E non potevo piangere! Non potevo urlare! Non riuscivo a sfogarmi in
nessuna maniera!

Ero impietrito dall'orrore di aver contribuito, per debolezza, a quel
delitto; e il rimorso, che mi ha avvelenato tutta l'esistenza, mi fa
rabbrividire anche oggi, come d'infamia recente.

Avrei dovuto resistere a ogni lusinga, a ogni illusione io che mi
reputavo il più forte, il più savio, e non prestar mano a un suicidio
qual è stato il sacrifizio di Fausta:--Prenditi la mia vita!--Giacchè
(ora lo comprendo) ella ha voluto morire pel dolore, per la disperazione
di non poter essere più la donna capace di darmi la gioia per cui
l'avevo sposata; ed è andata incontro alla morte sorridendo, fingendo di
esser convinta che le tristi previsioni sarebbero state smentite, felice
di aver travolto me in un inganno senza il quale non avrebbe potuto
attuare il suo reciso proposito di sparire.... Forse, povera creatura,
ha avuto dei momenti di illusione, di speranza anche lei; o si è
risoluta a scegliere quel mezzo, non sentendosi il coraggio di uccidersi
diversamente; lottando col sentimento religioso che le faceva apparire
il suicidio come il più imperdonabile dei peccati, transigendo con la
sua coscienza e acchetandone la voce col ripetersi nelle esitanze:--Chi
sa? Chi sa?

La maggior colpa però è mia; e consiste nel superbo intento di voler
mettere la ragione nelle piccole irragionevolezze della Natura; consiste
nell'invincibile repugnanza di profanare la donna riducendola soltanto
vile strumento di piacere. Ma questo dignitoso sentimento è ora l'unica
forza che mi permette di ricordare Fausta con continuo atto di
adorazione. Io non ho inflitto alla sua bellezza, alla sua giovinezza,
alla sua purezza, quel che giudico anche oggi la suprema mortificazione,
il supremo oltraggio che si possa fare mai infliggere a una moglie. E
per questo benedico all'inganno di lei. Ella è rimasta santa,
immacolata; ella mi ha permesso, a costo della sua vita, di aver
l'orgoglio di sentire che la unità della mia intelligenza e dei miei
atti non è stata violata un solo istante.

Mia madre era inconsolabile:

--Perchè non ho avuto fiducia nelle parole del dottore? Ho contribuito
stoltamente io pure a spingerla, cara figlia, verso la morte!

E vedendomi quasi ebete pel dolore, spaventata da quella falsa calma che
mi inaridiva gli occhi, che non mi consentiva neppure il lieve conforto
dei singhiozzi, mi passava le mani sulla testa e sul viso,
accarezzandomi come un bambino, e ripetendomi, quasi per incoraggiarmi,
per determinarmi:

--Piangi, Dario! Piangi!

E il pianto venne, straziante, abbondante, con singhiozzi che pareva
volessero soffocarmi. Ma quando fu il momento di comporla nella cassa
che doveva custodirla per l'eternità, tornai improvvisamente tranquillo,
quasi inconsapevole di quel che operavo. Mia madre l'aveva fatta
rivestire col bianco abito nuziale. Il viso di Fausta aveva assunto
un'espressione di placido sonno. Cereo, un po' più affilato
dell'ordinario, conservava, ciò non ostante, tutta la delicatezza dei
lineamenti, con qualcosa di severo che ella soleva prendere in rare
occasioni quando il suo cuore si indignava per le ingiustizie della
sorte e della prepotenza degli uomini.

Io la sollevai, insinuando le braccia sotto il corpo rigido e
appesantito; la collocai con precauzione, quasi temessi di destarla da
benefico sonno, dentro la cassa, aggiustando le pieghe della veste,
sospingendo un po' il guanciale perchè la testa vi si adagiasse
comodamente, e--lo ricordo bene--mi chinai a parlarle sommesso vicino
alle labbra:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

E non mi parve assurdo che io le dicessi così.

Mia, madre aveva fatto recare una cesta di rose, e cominciò a
spargergliele addosso a piene mani.... Ne versai a piene mani anch'io,
lasciando libero soltanto il viso.... E ripetei sommessamente:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

Soltanto al ritorno dal cimitero io ebbi coscienza del gran vuoto che la
morte di Fausta aveva fatto nel mio cuore e nella mia casa. Mi sembrava
quasi impossibile che la presenza di quell'esile corpo avesse potuto
occupare tanto posto, e animare ogni cosa col suo sorriso, col suono
della sua voce. Mi sembrava quasi impossibile che tutti gli oggetti del
suo salottino, della nostra camera fossero rimasti dov'ella li aveva
collocati con squisito senso di arte; che niente del mio dolore si
rivelasse nelle linee delle loro forme, nello scintillìo dei loro
colori. Il pianoforte era aperto come lo aveva lasciato lei il giorno
fatale, e sul leggìo stava la «Cavalcata delle Walchirie», quasi le
ultime pagine attendassero ancora le mani che dovevano riprendere ad
eseguirla.

E tutto è rimasto così com'ella lo aveva lasciato; e tutto, ancora per
qualche tempo dopo la mia morte, sarà religiosamente conservato così.
Poi.... Anche nel mio cuore, nei miei ricordi non avverrà altrimenti.
Fausta, diventerà una dolce visione lontana, verso la quale gli occhi
del mio spirito si rivolgeranno, di tanto in tanto, in certi momenti di
sfiducia, di tristezza. La vita ci sopraffà; scancella o appiana tracce
che abbiamo creduto incancellabili, profonde; altri dolori, altre gioie
si sovrappongono a quelli che ci sono stati più cari, e il gran mondo
fluisce, fluisce, e finalmente porta via pure noi, versandoci nel cuore
l'oblìo.




XXI.


Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il
giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto
ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e
ancora ignara della perdita della figlia.

Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto.



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