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Crearsi una famiglia è azione
bella e grande quanto l'arte e la scienza. Amare, essere amato, dar vita
ad esseri che ci perpetuano e che possono contribuire alla felicità o
almeno alla prosperità sociale non è spregevole cosa. Io ti parlo da
donna, da madre. Prima d'ora ho taciuto per non impormi alla tua scelta,
per non mettermi in contrasto con le intenzioni di tuo padre. Davanti a
lui mi sentivo piccina piccina, non osavo aprir bocca; ma oggi mi sembra
che sia mio dovere....

S'interruppe.

Dolcissime lagrime mi scorrevano silenziosamente per le gote e non
pensavo di asciugarle.

Perchè piangevo?

Le parole di mia madre significavano l'estrema condanna del mio sogno di
grandezza spirituale, ed io gli dicevo, con quelle lagrime, il mio
addio?

Erano esse segno di fiacchezza nervosa?

--Non ti dispiaccia, che io ti abbia parlato così--riprese mia
madre.--Tu sei libero, e puoi fare quel che vuoi. Va', figlio mio, verso
la felicità che intravedi, per qualunque strada, con qualunque mezzo,
secondo giudichi opportuno. Tuo padre aveva detto:--Ti do un mese di
tempo!--Egli aveva fretta, era impaziente. Io no, Dario!

--Tu sei una santa!--esclamai.




VIII.


Il Bissi era venuto da me più volte nei primi giorni del lutto. Si
sedeva in un canto, silenzioso, assorto nelle sue fantasie letterarie,
quasi volesse farmi capire che soltanto l'arte purifica, eleva,
trasportandoci in un'atmosfera dove i casi della vita, lieti o tristi,
non hanno più nessuna importanza o hanno soltanto quella che loro
proviene dalla possibilità di trasformarli in elementi di creazione. Poi
non si era fatto più vivo.

Una mattina lo vidi ricomparire.

--Vengo a congedarmi--disse.--Parto per Desenzano.

--A che farvi?--risposi.

--Indovina.

--Risparmiami la fatica d'indovinare.

--Ho ottenuto un impiego nelle Dogane. Bisogna vivere, mio caro!

Lo guardai, incredulo.

--Questa notizia ti stupisce?--egli soggiunse.

--Ormai non mi stupisco più di niente!

--Fra una bolletta e l'altra, se mi rimarrà tempo....

Voleva mostrarsi tranquillo, ma aveva il pianto nella voce.

--E tu che farai?--mi domandò, quasi per sviare il discorso.

Non seppi che cosa rispondere. Allora egli riprese:

--È per mia madre. La poveretta ha fatto troppi sacrifizi per la mia
educazione; bisogna che non abbia una vecchiaia di miseria e di stenti.
L'arte, quale io la intendo, non dà pane in Italia e, forse, neppure
altrove. Se fossi solo, lotterei; il mio stomaco non è esigente. Ma non
mi sento in diritto di costringere a combattere chi non ha il mio stesso
ideale. Se tu vedessi come la santa donna è felice di sapere che almeno
ora avremo qualche cosa di sicuro!... Non rinunzio al mio avvenire;
sarebbe assai peggio che rinunziare alla vita. Mi riserbo. Darò le
giornate alle bollette, le nottate all'arte.... Mi scriverai di tanto in
tanto, è vero?

E, vedendo che io restavo pensieroso e muto, continuò:

--Molti altri si sono trovati in più tristi circostanze di me, e non si
sono persi di coraggio. Ancora non ho potuto far niente da autorizzarmi
ad assumere l'aria di persona delusa. E poi.... chi lo sa?... Può darsi
che io m'inganni intorno al valore delle mie forze. Se valgo davvero
qualche cosa, vincerò, riuscirò; soltanto gli inetti non riescono. Cioè,
riescono qualche volta; ma vuol dire che hanno altre qualità. Ho questa
convinzione. Guarda Lostini. Arriverà, ne sono certo, a farsi un bel
posto al sole. Ha l'improntitudine, la vanità.... e un certo
ingegnaccio. Sa dare gomitate per spingersi innanzi tra la folla, e non
si cura se gli urtati protestano anche con male parole; finge di non
udirle e tira via. Io, per paura di pestare, nella ressa, i calli a un
vicino, preferisco di restare immobile, di attendere che mi sia
sgombrato il passo. Il torto è mio. Dovrei pestare i calli e, tutt'al
più, dire: scusi! Lostini non dice neppure: scusi; ed ha la forza di non
sdegnarsi se li pestano a lui. Gli par naturale che tra la folla avvenga
così. Ed è pratico. E poi.... anche un'altra cosa. Credi tu che metta
conto oggi di darsi interamente all'arte?

--Senti,--gli risposi,--se tu pensassi davvero questo, significherebbe
che sei più scoraggiato che non vuoi sembrare.

--Lo penso, altrimenti non lo direi. Mi sono però espresso male. Volevo
dire che oggi non mette conto di pensare all'arte per gli altri. Essa è
divenuta un oggetto di lusso, da oggetto di prima necessità che era una
volta. E del lusso si può far senza o, piuttosto, per tale scopo basta
l'arte antica, la vera, la pura, la inimitabile. Che cosa produciamo noi
oggi? Abilissime contraffazioni e le spacciamo per cose nuove. Quel po'
che vi mettiamo di nuovo è un elemento estraneo all'arte, il pensiero,
la riflessione; e non sappiamo o forse non possiamo più conservare una
certa misura. Poco, è insufficiente pel bisogno del nostro spirito;
molto, è dannoso all'arte, perchè la snatura, e non è molto a bastanza.
La nostra disgrazia è di essere arrivati troppo tardi. Ciò non ostante,
qualche cosa c'è ancora da fare; ma le difficoltà materiali e morali
sono incredibili. Gesù ha detto che l'uomo non vive di solo pane. Ma non
ha affermato che possa vivere di solo spirito. Quando rifletto che la
mia opera d'arte è come non avvenuta prima che trovi un editore o uno
stampatore, e che può rimanere ignorata, se l'editore non sa fare il suo
mestiere e se i giornali non spingono il pubblico a comprarla, mi viene
nausea di lavorare....

--Ma l'arte dà oggi fin milioni!

--Ah! vorrei però sapere che rimarrà di cotest'arte.

--Precisamente quel che è rimasto dell'antica; il meglio. La zavorra va
sempre a fondo.

--Basta!... Questo non è discorso da congedo. Attendendo che possa
mettere insieme anche io il mio milioncino, mi contenterò per ora delle
cento cinquanta lire di stipendio. Per l'ufficio di riempire bollette il
compenso è anche troppo.

--Perchè non hai cercato qualche cosa di meglio?

--Ho avuto un santo protettore. Anche i santi sono come le botti: dànno
il vino che hanno.

Rideva, con qualche stento. Poi tornò a domandarmi:

--E tu che farai?

Neppure questa volta gli risposi. Pensavo che quel caro e valente
giovane forse aveva bisogno di qualche aiuto e orgogliosamente non me lo
chiedeva. Non mi aveva chiesto mai nulla, quantunque la nostra intimità
fosse stata grande. Cercavo il miglior modo di fargli una profferta,
senza offendere il suo amor proprio.

--Partirai subito?--gli domandai.

--Appena avrò raggranellato certa piccola somma. Vendiamo i mobili.

--Mille lire ti basterebbero?

--Chi me le dà?

--Uno che ti vuol bene e che ha fiducia in te.

--Grazie!... Ma potrei mai rendertele?... Grazie!... Non le accetto.
Ricaveremo dalla vendita quattro, cinquecento lire; sono sufficienti.

--Fammi fare un'opera buona; non ne ho fatta nessuna finora. Immagina
che io sia un editore; ti prendo un volume, il tuo primo volume, e ti
anticipo mille lire.

--E se non lo scriverò?

--Ne scriverai parecchi.

Era divenuto rosso in viso, non saprei dire se per gioia o per modestia.
Non gli diedi tempo di riflettere, nè di ringraziarmi; dissi:

--Che farò io?... Mi sento come travolto fra le macerie di un vasto
edificio improvvisamente rovinatomi addosso. Hai inteso parlare di
persone vissute due o tre giorni sotto le rovine delle loro case nei
grandi tremuoti? Tratte fuori miracolosamente incolumi, avevano perduto
la nozione del tempo trascorso in quell'orribile stato. Tra esse e me la
differenza consiste in questo: esse credevano che i giorni fossero stati
ore; a me sembra che le ore siano state, non giorni, ma anni. E non so
se qualcuno arriverà in tempo a sottrarmi al mio orrendo destino!

--Che ti manca?

--L'essenziale.... Non ne parliamo!

Gli fui gratissimo della sincerità del suo silenzio. Un altro, per
gratitudine, non avrebbe mancato di adularmi. Bissi abbassò la testa e
rispose soltanto:

--Bisogna prendere la vita com'è. Tempo fa io solevo dire: O essere alla
testa del futuro movimento letterario.... o darsi un colpo di
pistola!--Sciocchezze da vanitoso.... In ogni modo sarò sempre in tempo.

E questo fu pronunziato così seriamente e con tale accento, che mi
sentii scorrere un brivido per le ossa, quasi egli mi avesse detto:--Tu
che speri? Sei nel caso di fare come farò io, occorrendo; ma non ti
basta l'animo!

Forse si avvide dell'impressione prodottami dalle sue parole e volle
attenuarla.

--Ma prima ci penserò due volte,--soggiunse.--Finchè vive mia madre, ho
il dovere di vivere. È per lei.... Grazie, Dario!... E se sarai editore
sfortunato, ricordati che lo hai voluto tu!

Questo distacco mi lasciò più triste. E durante una settimana, assieme
col senso di soffocamento sotto le macerie di un vasto edifizio
crollatomi addosso, mi tenne nel solito stato di sonnambolico
sbalordimento. Andavo, venivo, deliberato di dare un assesto definitivo
agli affari lasciati in tronco da mio padre; ma mi sembrava di agire
automaticamente per impulso esteriore di mia madre e dell'amico
indicatomi da mio padre come persona di fiducia. Le questioni da
risolvere non erano poche, nè di facile riuscita. Mia madre e il signor
Bardi discutevano, deliberavano; io assentivo, perchè mi si chiedeva di
dire anch'io il mio parere. Non vedevo l'ora di uscirne.

E mia madre s'illudeva; ma io ero avvilito davanti a me stesso, come se
fossi venuto meno a una parola data. Mi figuravo che tutti dovessero
ridermi in faccia o additarmi con scherno:--Ecco un genio fallito!--E
non valeva a rendermi rassegnato il pensare che avevo accennato soltanto
a mia madre l'ambizioso sogno di grandezza che ancora mi tumultuava
nell'anima, quasi stentasse a dileguarsi.

Mi immergevo in letture difficili. Libri lasciati sdegnosamente da parte
mi attiravano con la lusinga che dovessero ispirarmi ripugnanza. Così
presi a leggere parecchi dialoghi di Platone tradotti dal Bonghi; e,
invece, ne rimasi ammirato e mi vergognai di avere appena tagliato quei
volumi quando mi erano stati mandati dal libraio. Inoltre, mi parve
segno di maturità di mente l'essermi lasciato allettare dalle lettere di
dedica fitte di pensiero, dalle introduzioni piene di tanta dottrina.
Dei dialoghi avevo rispetto per sentita dire, e un po' per averne scorso
qualcuno, il «Convito» e il «Fedone», più per curiosità che per altro;
ora mi stupivano con la loro freschezza drammatica.

Platone mi fece ricordare del vecchio prete napoletano che mio padre mi
aveva dato per professore di filosofia--era intimo amico della sua
famiglia--e che allora mi era parso mente bislacca per la strana maniera
d'insegnare.



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